Missioni e lanci
Quanti satelliti girano attorno alla Terra?
I numeri aggiornati dicono una cosa sola in modo chiaro: il problema dell'orbita bassa non sono i satelliti che funzionano, sono i pezzi che restano quando smettono.
In breve
Attorno alla Terra ci sono circa 16.000 satelliti ancora funzionanti, su oltre 18.800 rimasti in orbita dopo settant'anni di lanci, e i sistemi di sorveglianza tengono in catalogo circa 46.200 oggetti in tutto. Non si scontrano quasi mai perché lo spazio disponibile è enorme, le orbite sono note e chi controlla i satelliti riceve avvisi di avvicinamento e sposta i mezzi.
Punti chiave
- Circa 16.000 satelliti attivi, 18.840 oggetti ancora in orbita provenienti dai lanci, 46.210 oggetti seguiti dai cataloghi di sorveglianza: sono le cifre aggiornate a fine luglio 2026 dell'ufficio detriti spaziali europeo.
- Dal 1957 sono stati effettuati circa 7.320 lanci riusciti, che hanno portato in orbita circa 27.490 satelliti.
- La massa totale di tutto ciò che sta in orbita supera le 17.000 tonnellate.
- I frammenti sono il vero problema: circa 54.000 oggetti sopra i 10 centimetri e 1,2 milioni tra 1 e 10 centimetri, in gran parte troppo piccoli per essere seguiti uno per uno.
- Una collisione tra due satelliti è già avvenuta, il 10 febbraio 2009, e ha prodotto oltre 2.300 frammenti tracciabili.
La risposta breve è: circa 16.000 satelliti funzionanti. Ma è una di quelle cifre che dice poco se la si prende da sola, perché il numero interessante è un altro, ed è più grande.
I numeri di oggi
L’ufficio che si occupa di detriti spaziali dell’agenzia spaziale europea, a Darmstadt, tiene una pagina di statistiche sull’ambiente orbitale che viene aggiornata di continuo. All’ultimo aggiornamento, a fine luglio 2026, il quadro è questo:
- circa 7.320 lanci riusciti dall’inizio dell’era spaziale, nel 1957;
- circa 27.490 satelliti portati in orbita da quei lanci;
- circa 18.840 ancora fisicamente in orbita;
- circa 16.000 ancora funzionanti;
- circa 46.210 oggetti seguiti regolarmente dalle reti di sorveglianza e mantenuti in catalogo;
- più di 660 eventi di frammentazione tra rotture, esplosioni e collisioni;
- più di 17.000 tonnellate di massa totale.
Il salto da leggere è quello tra 16.000 e 46.210. La differenza non sono satelliti: sono stadi superiori di razzo esausti, coperchi di strumenti, adattatori di lancio e soprattutto frammenti. E il catalogo vede solo ciò che è abbastanza grande: sotto i 10 centimetri in orbita bassa la maggior parte degli oggetti sfugge al tracciamento e viene stimata con modelli statistici. Le stime parlano di circa 54.000 oggetti sopra i 10 centimetri, 1,2 milioni tra 1 e 10 centimetri, 140 milioni tra 1 millimetro e 1 centimetro.
Perché non si scontrano
Tre ragioni, in ordine di importanza.
Lo spazio in orbita è enorme. L’intuizione visiva delle illustrazioni, con la Terra avvolta da una nuvola fitta di punti, è fuorviante: quei punti sono ingranditi milioni di volte. Il guscio compreso tra 200 e 2.000 chilometri di quota ha un volume dell’ordine di mille miliardi di chilometri cubi. Sedicimila oggetti sparsi in quel volume sono, in media, straordinariamente isolati.
Le orbite non sono casuali. Un satellite non vaga: percorre una traiettoria calcolata, e a certe quote gli slot sono assegnati. L’orbita geostazionaria, a 35.786 chilometri, è un anello unico e prezioso perché è l’unica in cui un satellite resta fermo sopra lo stesso punto del suolo: le posizioni su quell’anello sono coordinate a livello internazionale.
Chi controlla i satelliti riceve avvisi e sposta i mezzi. Le posizioni degli oggetti in catalogo vengono propagate nel futuro e, quando due traiettorie si avvicinano troppo, agli operatori arriva una segnalazione di avvicinamento. A quel punto si decide se accendere i propulsori per una manovra di evitamento, tipicamente di pochi centimetri al secondo di variazione di velocità, che se applicata con qualche ora di anticipo sposta il passaggio di chilometri. È una procedura di routine per i centri di controllo, non un’emergenza.
Le volte in cui è andata male
Il 10 febbraio 2009, alle 16:56 UTC, a 776 chilometri di quota sopra la Siberia, il satellite per telecomunicazioni statunitense Iridium 33 e il satellite militare russo Kosmos 2251, non più operativo, si sono scontrati a 11,7 chilometri al secondo. È stata la prima collisione accidentale tra due satelliti nella storia. Entrambi sono stati distrutti e l’urto ha prodotto oltre 2.300 frammenti tracciabili, molti dei quali sono ancora lassù. I dettagli sono nella scheda europea sui detriti spaziali.
Due anni prima, nel gennaio 2007, la distruzione intenzionale del satellite meteorologico cinese Fengyun 1C durante un test antisatellite aveva aumentato da sola la popolazione di oggetti tracciabili del 25 per cento. Un singolo evento, un quarto del catalogo.
Da qui si capisce perché la velocità conta più della massa. Un frammento di alluminio di un centimetro pesa circa un grammo e mezzo, ma a 10 chilometri al secondo trasporta un’energia paragonabile a quella di un’utilitaria che viaggia a cinquanta chilometri all’ora. Contro una parete pressurizzata non è un graffio.
Il rischio che gli addetti chiamano per nome
Lo scenario che preoccupa ha un nome preciso, sindrome di Kessler: ogni collisione genera frammenti, i frammenti aumentano la probabilità delle collisioni successive, e oltre una certa densità il processo si autoalimenta anche senza nuovi lanci, finché la popolazione si riduce a pezzi troppo piccoli per essere pericolosi. Non è uno scenario da film: è la ragione per cui esistono regole di mitigazione, come svuotare i serbatoi degli stadi esausti per evitare che esplodano, e progettare i satelliti perché rientrino e brucino in atmosfera entro pochi anni dalla fine del servizio.
Vale la pena ricordare che l’orbita bassa non è un parcheggio eterno: a quelle quote ci sono ancora tracce di atmosfera, e l’attrito fa scendere gli oggetti nel tempo. È lo stesso motivo per cui la Stazione Spaziale va rialzata periodicamente, e per cui restare in orbita richiede velocità, non quota. L’orbita bassa si ripulisce da sola, ma con i suoi tempi: anni per i detriti più bassi, secoli o millenni per quelli più alti.