Orbita

Spazio italiano

Come si diventa astronauta?

I requisiti sono pubblici e più larghi di quanto si pensi. La parte difficile non è il titolo di studio: è la rarità delle occasioni e il numero di persone che si presenta.

Pubblicato 12 agosto 2026 Aggiornato 14 agosto 2026 4 min di lettura Spazio italiano
Candidato astronauta con casco in mano entra in un centro di addestramento con un modulo spaziale

In breve

Per un cittadino italiano la strada principale è la selezione europea, che apre molto raramente. I requisiti minimi sono una laurea magistrale in materie scientifiche, mediche, ingegneristiche o matematico-informatiche, almeno tre anni di esperienza professionale dopo la laurea, inglese fluente e idoneità medica di tipo aeronautico. Il dottorato conta come esperienza, e il titolo di pilota collaudatore è una via alternativa.

Punti chiave

  • Non serve essere pilota militare: la laurea magistrale scientifica o tecnica con tre anni di esperienza è la via ordinaria, il brevetto di pilota collaudatore è solo una delle alternative.
  • L'esperienza maturata durante il dottorato viene conteggiata nei tre anni richiesti.
  • Serve la cittadinanza di uno degli stati membri o associati dell'agenzia europea, e l'Italia è tra questi.
  • L'ultima selezione europea ha raccolto più di 22.500 candidature e ha portato a 17 nomi: 5 astronauti effettivi e 12 in riserva, tra cui due italiani.
  • Le occasioni sono rare: la selezione aperta nel 2021 è stata la prima dopo 13 anni.
  • Essere selezionati non significa volare: seguono anni di addestramento e l'attesa di un'assegnazione a una missione.

È una delle domande più cercate in italiano quando si parla di spazio, e la risposta ha una parte deludente e una incoraggiante. La parte deludente è che non dipende solo da te: bisogna che qualcuno apra un bando, e capita una volta ogni dieci anni circa. La parte incoraggiante è che i requisiti sono pubblici, precisi e meno esotici di quanto racconti l’immaginario.

La porta d’ingresso, per chi vive in Italia

L’Italia non seleziona astronauti per conto proprio: partecipa al corpo astronauti europeo. Le selezioni le apre l’agenzia spaziale europea, e possono candidarsi i cittadini degli stati membri e associati, Italia compresa.

L’ultima selezione è stata aperta nel 2021 e chiusa nel 2022. Prima di quella, l’ultima era del 2008: tredici anni di distanza. Questo è il vincolo vero. Non c’è un concorso annuale a cui riprovare: c’è una finestra che si apre raramente, e conviene arrivarci già in possesso dei requisiti.

I requisiti minimi, in concreto

Dalle domande frequenti pubblicate per la selezione 2021-22, i criteri erano questi:

  • Titolo di studio: almeno una laurea magistrale in scienze naturali (fisiche, della Terra, dell’atmosfera, degli oceani, biologiche), medicina, ingegneria o matematica e informatica. Un dottorato o ulteriori titoli magistrali nelle stesse aree sono considerati un punto a favore.
  • Esperienza: almeno tre anni di lavoro professionale dopo la laurea. Conta il lavoro in laboratorio, la ricerca sul campo, l’attività in ospedale, e conta anche il periodo di dottorato.
  • Via alternativa: il diploma di pilota collaudatore sperimentale o di ingegnere di volo collaudatore rilasciato da una scuola ufficiale.
  • Cittadinanza: di uno stato membro o associato dell’agenzia.
  • Lingua: inglese fluente, con curriculum in formato Europass e lettera motivazionale in inglese.
  • Idoneità medica: un certificato di tipo aeronautico, equivalente alla classe 2 europea per piloti privati.

Nota che cosa non c’è in questo elenco: un limite di altezza, un’età massima, un passato militare, una nazionalità specifica dentro l’Europa. Il profilo cercato è quello di un professionista tecnico o scientifico con esperienza reale, in buona salute.

Che cosa misurano le prove

Superata la selezione documentale, il percorso è lungo mesi e cambia natura: si passa dai titoli alle persone. Ci sono test cognitivi e attitudinali, prove psicologiche individuali e di gruppo, visite mediche approfondite e colloqui.

Due dettagli danno la misura di ciò che conta davvero. Nel primo mese di addestramento è previsto un test di nuoto, perché il lavoro comporta attività fisica impegnativa e addestramento in acqua per simulare le attività extraveicolari. Ed è previsto l’addestramento su voli parabolici, gli aerei che compiono traiettorie tali da produrre brevi periodi di caduta libera. Il fisico deve tollerarli.

Il resto delle prove misura qualcosa di meno cinematografico e più decisivo: la capacità di lavorare in gruppi piccoli, chiusi e sotto stress per mesi, senza diventare un problema per gli altri.

Quanti ce la fanno

Qui i numeri sono spietati e vale la pena guardarli in faccia. Alla selezione europea del 2021-22 hanno risposto più di 22.500 persone. Alla fine sono stati presentati 17 nomi: cinque candidati astronauti e dodici membri della riserva europea, annunciati a Parigi il 23 novembre 2022, i primi nuovi ingressi dopo tredici anni. Tra i dodici della riserva ci sono due italiani, Anthea Comellini e Andrea Patassa.

Il quadro dall’altra parte dell’Atlantico è simile. La pagina del programma di selezione della NASA riporta più di 8.000 candidature nell’ultima apertura, nel 2024, e dieci persone scelte come candidati astronauti, con circa due anni di addestramento davanti prima di poter essere assegnati a un volo. In tutto, dal 1959, gli astronauti selezionati dall’agenzia statunitense sono 370, e quelli in servizio attivo oggi sono 48. Per candidarsi lì serve però la cittadinanza statunitense.

Selezione e volo sono due cose diverse

Un punto che sfugge quasi sempre: entrare nel corpo astronauti non significa avere un posto su un razzo. Dopo la selezione c’è un addestramento di base, poi uno più avanzato con specializzazioni, e poi l’attesa. Un’assegnazione a una missione arriva quando c’è un volo disponibile e un ruolo da coprire, e può richiedere anni. Chi entra in riserva mantiene il proprio lavoro e viene chiamato se si apre un’opportunità.

Gli italiani che hanno volato finora sono pochi e ci sono arrivati per strade diverse: c’è chi è entrato nel corpo europeo da pilota militare, chi da ingegnere, chi da ricercatore, e in tempi recenti si sono aggiunte le missioni private, in cui un posto si acquista invece di vincerlo. È l’unica novità sostanziale degli ultimi anni: le porte non sono più solo istituzionali.

Se la domanda è “vale la pena provarci”

La risposta onesta è che la probabilità è bassissima, ma i requisiti richiesti non sono sprecati: laurea scientifica, dottorato, lavoro in ricerca, sanità o ingegneria, buona forma fisica, inglese. Sono le stesse cose che servono per costruirsi una carriera nel settore spaziale senza mai lasciare il suolo, dove le posizioni sono migliaia e non decine. Il numero di satelliti in orbita dice abbastanza chiaramente quante persone servano per progettarli, lanciarli e tenerli in vita.